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  • ALADIN IL MUSICAL

    ALADIN IL MUSICAL

    Tournée MUSICAL ALADIN di Stefano D’Orazio | 2010 |

  • CAMPIONI DEL MONDO

    CAMPIONI DEL MONDO

    SETTEBELLO for Meltin Pot.

    | 2011 |

  • SEI NAZIONI

    SEI NAZIONI

    SIX NATIONS | ITALY – SCOTLAND | (Peroni)

    | 2010 |

  • QUADRILATERO DI MELARA

    QUADRILATERO DI MELARA

    Soffro da sempre la “sedentarietà”. L’idea di trovare una mia stabilità in un posto ha sempre rappresentato un problema, forse a causa della mia infanzia da figlio di un padre che ha quasi sempre lavorato all’estero, portandosi dietro la sua famiglia. Diciamo quindi che non mi sono mai abituato all’idea che Roma fosse la mia casa. Non lo sento oggi dopo venticinque  anni.

    Di conseguenza quando ho potuto ho colto sempre al volo le possibilità che avevo di continuare a girare. Tra le tante, oltre confine e non, sono finito a Trieste sei anni fa per andare a trovare due amici di vecchia data. Da quel momento sono stato fulminato da quella città per molti versi opposta a quella che vivo. Un po’ come tracciare su un foglio una linea verticale e scrivere sinonimi e contrari. Ecco, da una parte c’è Roma con tutti i suoi contro, dall’altra Trieste . Disordine e ordine, caos e calma, palazzi e natura, folla e silenzi. Una gestione radicalmente opposta degli spazi e del tempo. Per chi non ne conosce la realtà Trieste può sembrare oltre confine. Un “oltre” rigido e categorico in ogni sua forma.

    Poi i contrasti non mancano. Ci sono nelle etnie e ci sono nei quartieri. Ma Trieste nasconde anche delle perle non proprio pregiate. La prima è la ferriera, la gemella dell’Ilva di Taranto che crea grandissimi disagi alla città. Ma c’è, fornisce lavoro e la storia è sempre la stessa.

    La seconda perla, assolutamente meno problematica se non per l’aspetto è il Quadrilatero di Melara che insieme al grande ospedale di Cattinara, sovrastano e sorvegliano l’intera città. Ho battuto questa città in lungo ed in largo, sempre con un pensiero fisso rivolto a questo enorme complesso, che volente o nolente appena alzavo lo sguardo era lì che mi chiamava. Con pazienza ho iniziato a girarci intorno, cercando di raccogliere qualche nozione che mi aiutasse a trovare le giuste motivazioni per avvicinarmi. Dovevo vincere quella timidezza mista a timore che mi frenava.

    Il mio approccio a questa realtà, proprio in funzione delle voci e delle tradizioni che altrove hanno rappresentato sempre la centralizzazione di tutti i più gravi problemi sociali è stato lento. Sono partito osservandolo spesso da fuori, passando e ripassando attorno le strade che lo circondano. Poi un giorno ho deciso di attraversarlo da parte a parte. Dapprima con la mia attrezzatura stretta nello zaino. Infine accorgendomi dell’indifferenza con la quale ero trattato ho deciso di impugnare la mia reflex ed addentrarmi anche nelle parti più “nascoste e private”. Ogni cosa all’interno del comprensorio, ma all’esterno delle costruzioni sembra fatta in modo da farti sentire un nano. Le scale, le finestre, le rampe sono imponenti. Poi entrando invece ti rendi conto che tutto diventa molto piccolo in rapporto alla dimensione esterna.

    La sorpresa più grande è stato attraversare quei corridoi alla base e scoprire che dietro tutto quel grigiume esterno si nascondeva un’anima coloratissima. Pareti e tante piccole porte colorate sembrano lì per infondere agli ospiti un senso di serenità. Ho iniziato a percorrerli, inizialmente senza scattare. Nella mia testa mi aspettavo d’esser cacciato in malo modo. Ma non è accaduto. La gente quasi non mi guardava o lo faceva distrattamente. Questo in realtà è un po’ tipico di tutta la città, ma qui dove sentivo di invadere prepotentemente la loro quotidianità, non mi aspettavo d’esser quasi invisibile. Invisibile un po’ come gli occupanti di questo luogo e la sua presenza all’interno di una città che quasi lo ignora. È stato solo dopo aver percorso per un po’ i corridoi che ho deciso di sfoderare nuovamente la macchina fotografica e iniziare a rubare qua e là qualche altro scatto. Non ho parlato con nessuno, non sarei stato in grado e nessuno ha mostrato interesse o curiosità per ciò che stavo facendo. Le foto sono un racconto silenzioso. E così dovrebbe esser sempre nella mia visione.

    Ecco quindi l’ennesimo reportage “disabitato”. Descrivo luoghi senza invaderli. Racconto la mia visione senza farmi influenzare dalle parole della gente, anche se poi alla fine in una maniera o nell’altra è impossibile. Ma io sono un fotografo e vorrei poterlo essere sempre in maniera neutrale. Riprendere ciò che vedono i miei occhi e lasciare agli altri l’impegnativo peso di dargli il proprio senso. Sono un esteta, non uno scrittore, non un poeta.

    | 2017 |

  • HADZICI

    HADZICI

    Hadžići, a quattordici chilometri da Sarajevo, è il posto nel quale durante il conflitto c’è stato uno dei più violenti scontri tra bosniaci e serbi. E’ uno dei pochi, se non l’unico sito, nel quale i bosniaci hanno avuto la meglio sui serbi, occupando una posizione di partenza situata più in alto rispetto ai nemici che, in questa occasione, si sono trovati circondati all’interno della valle. 
    In questo luogo, durante la guerra ci sono stati numerosi bombardamenti da parte degli americani. In alcuni di questi risulta che siano state sganciate bombe da cinquecento chili rimaste inesplose e mai ritrovate.
    Nella valle inoltre, si trova una fabbrica che durante la guerra si occupava della manutenzione dei cingolati e nella quale venivano usate vernici altamente tossiche. La fabbrica è stata bombardata con proiettili ad uranio impoverito e risulta ancora oggi (2008) con un tasso di radioattività superiore del 100% dei livelli normali (inferiore comunque del 20% rispetto al livello minimo consentito per l’uomo).
    La vita media in questa zona è di quindici anni più corta di quella italiana. ​
    In Bosnia, nel 2008, c’erano ancora trenta vittime l’anno per le mine, di cui quindici mortali.

    In Hadžići, fourteen kilometers from Sarajevo, during the Balkan war, one of the most violent fight between Bosnians and Serbs took place. Perhaps it was the only site where the Bosnians have overwhelmed the Serbs. The Bosnians attacked the Serbs from high up and surrounded them in the valley.
    During war, the Americans bombed this area, dropping over five hundred kilograms bombs. Some of these never exploded and they have never been found. In 2008, Bosnia recorded thirty land mine victims a year, at least half of which were fatal.
    In the valley there was also a factory in charge of the maintenance of crawlers, where highly toxic paint were used. The factory was bombed with depleted uranium projectiles and today, still has a rate of radioactivity higher than 100% of normal levels  (anyway less than 20% lower than the minimum level allowed for humans). 
    The average lifespan in this area is fifteen years shorter than in Italy.
    In Bosnia, in 2008, there were still thirty victims a year due to land mines, at least half were mortal.

    | 2008 |

  • WET FACTORY

    WET FACTORY

    Coworking People for STUDI565 in Rome.

    | 2011 |

  • WATCHING WATCHERS

    WATCHING WATCHERS

    New York | september 2011 | MOMA MUSEUM

  • FOGLIE AL VENTO

    FOGLIE AL VENTO

    E’ l’istante prima del temporale, sono le foglie al vento che leggere riempiono l’aria cupa e la colorano danzando.
    E’ l’elettricità che pervade lo spazio, che genera ogni movimento e sprigiona l’energia che spinge le foglie in una frenetica danza.
    E’ questo l’attimo che ho cercato di cogliere, la sensazione che ho voluto descrivere in questa storia fatta di voli, veli e vortici.
    Come le nuvole, il vento e l’attesa della pioggia fanno del temporale un grandioso spettacolo, così i volti, la leggerezza e l’armonia dei corpi disegnano nell’aria straordinarie figure.
    Il soffio del vento, il fragore dei tuoni sono la musica che accompagna questa danza.
    La loro eco si diffonde nell’anima … come tamburi a scandire il tempo.

    | 2011 | selezione da mostra fotografica

  • FAR FROM WAR

    FAR FROM WAR

    Quello che ho in mente ogni volta che viaggio per la Bosnia & Herzegovina. Un paese che va avanti, ogni anno sempre più vicino a noi, senza però perdere la propria identità.
    Sono cinque anni che passo per questa terra. Sarajevo che incanta, rapisce e silenziosa entra nel cuore del viaggiatore. E’ il silenzio la cosa che ti colpisce di questo posto, forse la naturale risposta agli anni di guerra che tanto rumore hanno lasciato nella testa di chi ancora oggi ci vive.
    Inutile chiedersi perché questo popolo tanto “ostico” e silenzioso appare, quasi a non volersi confondere con quel “resto del mondo” che forse non capisce davvero ciò che è stato. Camminare per quelle strade mi ha fatto sentire un fantasma, invisibile, non uno sguardo, una parola, tutti per la propria strada, ognuno con la propria storia nella mente; diverso per noi provenienti dal paese del rumore e a volte della troppa interazione.
    Tanti luoghi diversi, un’unica sensazione…questo paese nasconde e custodisce infiniti paradisi ed è proprio dietro l’angolo. 
    Basta provarci, ascoltare e superare quelle paure infondate e quei pregiudizi che fanno ancora oggi di Sarajevo una città di guerra.
    Negli anni la frase che più ha risuonato nelle mie orecchie è stata “Sarajevo! Ma li c’è la guerra!”. 
    La guerra, quella vera, quella che noi non conosciamo è stata tanti anni fa!!!

    What comes to my mind every time I travel through Bosnia & Herzegovina. A Country that keeps going forward, year by year getting closer to our standards, without losing its own identity.
    I have been passing through this country and its cities for five years.
    The enchanting Sarajevo catches your attention and its silence goes straight to your heart. Silence is the first thing that strikes the traveler, maybe because it is the obvious answer to the noise left by years of war.  We should not be surprised if these “difficult” people look so quiet, as if they would not mix with the “rest of the world” that may not truly understand what really happened.
    Walking through those roads has made me feel like a ghost or even invisible.  Neither a glance, nor a word. Everybody goes on his own way minding his own business…something so different for someone like me coming from a country of noise and intimate interaction.
    So many different places, nevertheless only one feeling, one sensation…this country, just around the corner, unintentionally hides and holds infinite paradises.
    It would be enough to listen and overcome those groundless fears and those prejudices that make us still think that Sarajevo is a city of war. Through the last years the sentence that has resounded in my ears the most is: “Sarajevo!? There’s a war over there!”The war, a real one, WE don’t realize has taken place many years ago!!!

    | 2010 | selezione da mostra fotografica

  • LA DISCARICA DEI SOGNI

    LA DISCARICA DEI SOGNI

    Uno, cinque, dieci anni trascorsi a sognare di varcare quel muro.
    Ci ho pensato e ripensato, pianificando e rinunciando ogni volta alla via più facile. E così, lentamente il mio “sogno” si è unito a quello di altre centinaia di persone che li dentro hanno lasciato parte dei propri pensieri.
    Diversi naturalmente gli intenti, i desideri, i sogni.
    Il mio unico interesse era quello di poter fotografare ciò che la mia mente per anni aveva provato ad immaginare per poi mostrarlo a tutti quelli che come me avevano questo semplice desiderio. Il mio “sogno” così è finito all’interno di quel recinto che racchiudeva e ancora racchiude i desideri di tante altre persone…i progetti di tutti quelli che lavorando in fabbrica avevano sperato in  una vita decente per se e per i propri figli; o ancora i piani di tutti coloro che da quando la macchina si è fermata hanno creduto di poter realizzare tra quelle mura il “sogno” di una vita, alberghi, teatri, fiere, impianti sportivi…cosa non è stato pensato per questa vecchia fabbrica?!
    Oggi quel che resta è un’anima che racchiude al suo interno solo fango e macerie, polvere e ricordi che io ho interpretato come “la discarica dei sogni”.
    Nel mio piccolo il “sogno” l’ho realizzato e spero di aver accontentato tutti quei “modesti” sognatori che come me avevano un semplice desiderio, varcare la cortina di vetro.

    | 2007 | selezione da mostra fotografica